La piatta bellezza degli schermi


LA PIATTA BELLEZZA DEGLI SCHERMI
(relazione della Lectio Magistralis tenuta dal Prof. Mauro Carbone dell'Université J.M. Lyon 3 (Francia) al Festival Pe(n)sa Differente 2018 - a cura di Francesca Ghiozzi, Vicepresidente Mi Nutro di Vita)

L’evoluzione del desiderio di identificazione ed emulazione dell’immagine che passa dallo schermo cinematografico allo schermo digitale.

Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io” (Jacques Lacan)

Il bimbo si identifica con l’immagine che è riflessa nello specchio, nel fare questo ne ha conferma grazie anche al riconoscimento che riceve da parte dei suoi genitori. Analogamente accade con la funzione dello schermo cinematografico (identificazione e desiderio di emulazione).

Ci siamo mai chiesti come viviamo il tempo e lo spazio quando ci troviamo davanti allo schermo cinematografico? L’immagine cinematografica non si riferisce al tempo presente. Infatti, si esce dal  presente  cronologico  per andare in una dimensione temporale  mitica  e nel fare questo, assistiamo ad una sospensione del tempo. Dal punto di vista dello spazio, quello che ci viene offerto è uno spazio di profondità che ci invita ad entrare dentro per vivere al suo interno. Pur essendo piatto, lo schermo cinematografico  riesce a darci comunque profondità  (primo piano, secondo piano, sottofondo...). C’è quindi una sospensione del tempo e una profondità di spazio.
Ciò che lo schermo cinematografico ci promette è: “Vieni via da lì dove sei ed entra in questo”. È in atto una seduzione. Ci seduce (da seducere ~ condurre a se’), con la premessa di un tempo eterno, infondendoci contemporaneamente un desiderio di emulazione. 

Che cosa cambia con l’avvento degli schermi elettronici digitali?
Questi schermi si offrono a noi (seduzione) per giocare e mostrare (play e display). Non c’è più la premessa cinematografica: “Vieni da me”, ma al suo posto c’è “Vieni a giocare e a mostrare”. La premessa temporale cinematografica: “Vieni da me per tutta la vita” con lo schermo digitale si trasforma  in “Vieni a giocare e a mostrare per 15 secondi”.  C’è  quindi  una riduzione della temporalità nell’esperire il nostro tempo nello schermo. Anche il desiderio cambia e tutto ora ruota sull’essere al centro e l’essere presente.

Ma cosa significa essere sempre presenti in un’era digitale? Il tempo presente, escluso nei tempi cinematografici, ora si trova al centro. La persona che è sullo schermo è presente su una superficie flat, ultra piatta. Uno schermo che richiama l’essere presenti per quell’istante che chiamiamo tempo reale e che per noi rappresenta il  tempo  istantaneo.  Dal tempo mitico  cinematografico  siamo  nel tempo  istantaneo  che  noi chiamiamo reale. E come si riplasma il desiderio di emulazione? Giochiamo e ci mostriamo per vedere noi stessi visti da altri. Il desiderio con il quale ci avviciniamo agli schermi digitali è quello di vedere noi stessi come altri visti da altri. 

In tutto questo, come è cambiato il nostro vissuto con gli schermi? Abbiamo uno schermo ultra piatto,  flat, che porta all’ appiattimento  del tempo  cronologico. Il tempo  si è appiattito fino a diventare un tempo istantaneo e lo spazio da profondo è diventato enfatizzazione della superficialità. Tutto lo spazio ora è superficie. Non c’è più il nostro corpo di carne che entra nello schermo  digitale ma  c’è  un’immagine  elettronica  appiattita  che  rende  il corpo  a  sua  volta appiattito  sollecitando  il  desiderio di  emularlo. Questa sollecitazione  di  emulare conduce ad un’eccessiva  attenzione  al  corpo  fisico,  all’attività fisica,  alla chirurgia  estetica  sfociando  in malattie quali l’anoressia e la diffusione del bullismo. Queste sono le conseguenze sorte dall’aver proiettato un’immagine irreale sempre più ritoccata da mezzi tecnologici quali Photoshop.

Nel 2011 in America è nato il Black Mirror, un talent in cui delle celebrità potevano guadagnare fino a 15 milioni di dollari resistendo  su delle cyclette  a pedalare per ore ed ore. Ecco che l’ossessione  per  l’attività  fisica  diventa il mezzo  per  consentire  alle celebrità  di  meritare  la partecipazione al talent. Per rafforzare ulteriormente questa ossessione malsana hanno pensato bene di vietare alle persone obese di partecipare  come  possibili  atleti usandoli invece come servienti. Si è generata così una discriminazione sociale basata sull’estetica che viene dichiaratamente idealizzata e portata all’idolatria attraverso gli schermi che propongono la pratica osannata del fitness. Le persone obese vengono prese come bersaglio di disprezzo e istigazione al bullismo. A questa istigazione mediatica fanno pandant i video pornografici trasmessi davanti alle persone che pedalano riducendo il corpo ad un oggetto di desiderio a cui viene assemblato il corpo disprezzato e umiliato della persona obesa. L’istigazione al bullismo diviene l’istigazione alla violenza. Con il talent Black Mirror siamo nella fiction ma in realtà questo vuole essere un campanello  di  allarme  per  farci  riflettere  e  dire  che  un  “Super  Io”  estetico, violentemente normativo, agisce nella nostra società presente. Ma che cosa si vuol dire quando si parla di un Super Io estetico ? Il Super Io è in realtà un crudele sadico agire che pretende di essere il modello del bene che ognuno di noi deve a tutti i costi imitare. Dobbiamo essere belli così come dice lui. E lo fa bombardandoci attraverso dei modelli improponibili e inaccessibili, per poi ridere di noi nel vederci fallire nel non raggiungere questi stessi ideali. Il suo è un sadico e perverso prendersi gioco di noi. il Super Io sa che non potremo mai farcela perché ciò che propone è impossibile da ottenere.

Ecco allora che questo Super Io diviene un sottile ponte che si insinua tra l’etica e l’estetica in cui i modelli estetici divengono i modelli etici da seguire ed imitare. Assistiamo così alla trasformazione dell’etica. L’ossessione per la forma fisica diviene il modello estetico che porta poi ad un investimento etico. Il fare eccessiva attività fisica diventa un bene perché sopperisce al bene dettato da un Super Io estetico che, non lo dimentichiamo  mai, induce ad un operare in modo sadico. 

C’è il desiderio di assomigliare a un immagine del corpo imposta da un desiderio inconscio che cerca di seguire certe richieste etiche/estetiche  impossibili, e da questo desiderio impossibile nasce poi il nostro fallimento e la nostra frustrazione. Sorgono così sentimenti che hanno una forte valenza etica che ci dicono in continuazione che non siamo capaci a fare nulla. Siamo noi a non essere capaci (non riuscendo a capire che ciò che stiamo seguendo come modello è un ideale  impossibile da raggiungere).  

Il tema finisce poi per estendersi, non legandosi più solo al peso ma andando oltre, facendoci sentire in questo modo inadeguati in tutto. Ecco come un Super Io violentemente normativo acquista una forte valenza politica. Non è più il sentirci nella nostra pelle ma diviene il sentirci in una politica collettiva che ci guarda, ci giudica, ci valuta. Questo significa mettere in atto azioni che sembrano salvarci dalle frustrazioni ricevute dai modelli imposti  ma che in  realtà  ci  spingono  e  ci  obbligano  ad  andare verso  una  bellezza che  è irraggiungibile facendoci perdere la concezione che la bellezza in realtà è già nel tutto. E in quel tutto, ci siamo pure noi con la nostra individualità.